Evoluzione

A partire dai primi anni del XIX secolo, durante il quale si assiste allo sviluppo del maggior numero di apparecchi, decine d’ingegneri, stagnini e argentieri, ma anche puri inventori, gareggiano fra loro per giungere alla realizzazione della “macchina perfetta” che produca la miglior tazza di caffè, che sia di facile utilizzo, affidabile e dal funzionamento automatizzato. Molte idee e progetti, però, rimangono tali non uscendo mai dai vari uffici brevetti. Alcuni inoltre propongono soluzioni che la tecnologia dell’epoca non può realizzare in modo affidabile, mentre altri ancora aggiungono solo inutili complicazioni a modelli precedenti.

L’anno dell’inizio della storia delle macchine per caffè espresso è il 1884: Angelo Moriondo, fondatore di una nota fabbrica di cioccolato e proprietario di due locali a Torino, presenta ufficialmente il brevetto della prima macchina da bar.

L’invenzione di Moriondo, presentata in occasione dell’Expo Generale di Torino, nasce dall’esigenza di ottenere una bevanda gustosa da offrire alla propria clientela e, allo stesso tempo, di rendere il processo di estrazione più rapido, pratico e funzionale. Costantemente migliorata negli anni e impiegata gelosamente solo all’interno dei locali di proprietà del suo inventore, la macchina di Moriondo non viene mai messa in produzione e commercializzata.

Nel 1901, Luigi Bezzera, artefice di alcuni perfezionamenti tecnici, ottiene il brevetto della sua macchina per caffè espresso, presentata al pubblico in occasione della prima fiera internazionale di Milano del 1906. Inizia così la produzione e commercializzazione sistematica di questi apparecchi, avviando una produzione seriale.

La storia della macchina per caffè espresso è suddivisibile in tre grandi ere che, associate ad altrettante rivoluzioni tecniche, scandiscono il ventesimo secolo.

Il primo passo fu mosso appunto da Moriondo e da Bezzera con una macchina, avente la forma di un cilindro posto in verticale, con i gruppi posti sull’intera circonferenza, che avrebbe permesso l’erogazione immediata del caffè, una bevanda fatta espressamente al momento per il cliente. La macchina è al limite del rudimentale: la pressione dell’acqua è bassa (di poco superiore a 1 bar) e la temperatura estremamente elevata (100 gradi circa); ciò fa si che ogni tazza di espresso richieda una quantità di caffè compresa tra i 12 e i 14 grammi (contro i 7/8 di oggi). La disposizione dei gruppi costringe l’operatore a faticose manovre intorno alla macchina. Inoltre, l’alimentazione a gas e l’assenza di dispositivi di sicurezza la rendono complessa e pericolosa. La bevanda prodotta è assai distante da quella che conosciamo oggi.  Eppure questo espresso bollente, nero, leggermente bruciato e del tutto privo di crema, riscuote un buon successo. Siamo agli inizi del ventesimo secolo, la fiducia nelle scoperte scientifiche e nel progresso spingono il pubblico ad approcciare con simpatia ogni forma di automazione. L’entusiasmo, unito al fascino esotico del caffè, contribuisce alla diffusione della bevanda.

A testimonianza di questo successo stanno i numerosi marchi di macchine per caffè fondati in questi anni, quasi venti tra il 1901 e il 1930, tra i quali le Officine Giuseppe Cimbali. Il periodo compreso tra le due guerre non vanta grandi innovazioni per il mondo dell’espresso, se non la comparsa delle prime macchine a sviluppo orizzontale che presentano tutti i gruppi di lavoro su un unico lato, espediente concepito per fronteggiare i crescenti consumi e agevolare il lavoro dell’operatore. La seconda era dell’espresso ha inizio nel 1948, anno nel quale la FAEMA, fondata tre anni prima, produce su brevetto registrato da Achille Gaggia, la Gaggia modello Classica, prima macchina dotata di tecnologia a leva.

L’idea è semplice e geniale allo stesso tempo: un pistone azionato da una molla caricata da una leva imprime all’acqua una pressione di circa 10 bar, permettendo così l’estrazione di tutti gli aromi dal pannello di caffè. In questo modo è possibile ridurre la dose di caffè agli attuali 7-8 grammi per tazza, con un sensibile risparmio in termini economici. Inoltre, l’acqua ad elevate pressioni emulsiona gli oli naturali del caffè generando, per la prima volta, la crema caffè, da questo momento inscindibile dal concetto di espresso. Il nuovo prodotto, anche sulla scia del boom economico, conquista gli italiani, diventando un simbolo del nostro Paese.

Nel 1960 la FAEMA lancia il modello Tartaruga, una macchina equipaggiata con elettropompa volumetrica capace di imprimere all’acqua una pressione di 9 bar. Questa tecnologia sostituisce il faticoso uso della leva e stabilisce i principi cardine sui quali le macchine vengono realizzate ancora oggi. Inizia così la terza fase del caffè espresso. La Tartaruga verrà poi presentata al mercato l’anno successivo con il nome di E61, esemplare che ha segnato indelebilmente la storia di un settore e ancor oggi prodotta.

Negli anni ’80 l’arrivo dell’elettronica rende ancora più semplici e performanti le macchine, il cui design si adatta a quello dei tempi. Ad oggi, l’ulteriore evoluzione tecnologica, forse inizio della quarta era dell’espresso, è rappresentata dalla M100 di Gruppo Cimbali, l’unica macchina capace di controllare su ciascun gruppo di erogazione ogni parametro (pressione, temperatura) funzionale all’ottimale preparazione dell’espresso italiano.