Il MUMAC ha ospitato giovedì 9 luglio il secondo appuntamento della Book Week 2026, dedicato alla presentazione di "Un sogno di polvere e acqua. Storia della famiglia che ha inventato la Moka", scritto da Celestina Bialetti con Alessandro Barbaglia e pubblicato da Mondadori. Un libro che, come ha ricordato più di un partecipante, “dopo averlo chiuso lascia nell’aria il profumo di caffè”: un racconto intenso che intreccia memoria familiare, impresa e identità italiana attraverso la storia della Moka Express, uno dei simboli più riconoscibili del Made in Italy nel mondo.
A introdurre l’incontro è stata Barbara Foglia, direttrice del Mumac, che ha sottolineato il valore culturale della testimonianza di Celestina Bialetti: «Il punto di vista di figlia e sorella del fondatore e del “visionario” omino coi baffi ci proietta in un mondo fatto di intuizioni, bellezza e scelte: intuizioni come la capacità creativa e inventiva vera e propria, ma anche la capacità di vedere in Carosello lo strumento di svolta nella comunicazione; bellezza, come la creazione di una “fabbrica bella”, dove addirittura bello è anche ciò che non si vede come i sotterranei con gli impianti tecnici tutti colorati (una totale novità per l'epoca); scelte, come quella sofferta ma senza rimpianti che viene presa nel 1986 dal fratello Renato: scorgendo in lontananza i prodromi di un’industria italiana che non gli piaceva più, Renato decide di vendere. E qui, anche se nel libro non viene detto espressamente, ecco, oltre al caffè, il punto di tangenza fra la nostra azienda e Bialetti: l'azienda infatti quell'anno viene venduta alla Faema (che la rivendette poi nel 1993), che a sua volta nel 1995 venne acquisita da Cimbali e oggi fra i nostri marchi».
Intervistata dal giornalista Filippo Maria Battaglia, con cui ha intessuto una piacevolissima conversazione, Celestina “Tina” Bialetti ha ripercorso la storia della sua famiglia, a partire dal padre Alfonso, meccanico e inventore della Moka negli anni Trenta. Alfonso aveva imparato in Francia la tecnica della fusione “in conchiglia”, più moderna degli stampi in terracotta usati allora in Italia: una scoperta che gli permise di realizzare la caffettiera con uno stampo riutilizzabile più volte. «Papà aveva un grande sogno: creare qualcosa di nuovo. Una volta raggiunto, per lui la cosa finiva lì», ha raccontato Tina. Durante la guerra arrivò persino a seppellire gli stampi della Moka in un prato, segno di quanto volesse proteggere la sua invenzione da una possibile sottrazione da parte dei tedeschi. Il destino della Moka cambiò con il ritorno del figlio Renato, reduce da un campo di concentramento. Fu lui a intuire che quella caffettiera poteva avere un futuro e a impegnarsi per farla conoscere ovunque.
Prima di quel successo, però, la famiglia aveva passato un momento di grande crisi quando Alfonso, lasciate altre committenze per seguire solo un solo cliente che voleva realizzare la “motocicletta del popolo”, si trovò indebitato a causa dell'insuccesso del progetto. Per evitare a sua volta il fallimento, nel 1928 fu costretto a vendere il terreno dove sorgeva la sua officina a Giovanni Alessi, che anni dopo sarebbe diventato suo consuocero. Ancora oggi la fabbrica Alessi si trova proprio dove un tempo era situata l’officina Bialetti.
Tina ha raccontato anche l’intuizione che portò alla nascita della Moka: Alfonso osservava la moglie Ada mentre faceva il bucato con la lessiveuse, una grande caldaia metallica che bolliva il bucato con la lisciva. Da quel gesto domestico e dal ribollire in superficie dei panni nacque l’idea che portò alla creazione di quell'oggetto, la caffettiera, che con il suo sobbollire e borbottare accompagna, dal 1933, la quotidianità di tutti.
Il successo planetario arrivò grazie alla pubblicità: Carosello, il nome “Moka”, ispirato alla città yemenita famosa per il suo caffè, e soprattutto il logo dell’omino coi baffi, disegnato dal fumettista Paul Campani, che riproduceva esattamente Renato con i suoi imponenti mustacchi. «Fu il primo metalmeccanico a fare pubblicità con Carosello», ha ricordato Tina. Da lì la Bialetti divenne la più grande fabbrica di caffettiere del mondo: un luogo moderno, pulito, confortevole, simbolo del boom economico italiano.
La presentazione è stata ricca di aneddoti, molti dei quali divertenti, legati soprattutto alla figura di Renato, che nel suo percorso incontrò anche personaggi come Aristotele Onassis. Una storia familiare da scoprire nei dettagli attraverso la lettura di un libro capace di attraversare generazioni e che, grazie alla voce di Tina e alla scrittura di Barbaglia, diventa un capitolo della storia industriale italiana.
In chiusura, Barbara Foglia ha ricordato un dettaglio prezioso: negli anni Cinquanta La Cimbali aveva una rivista interna chiamata “La Caffettiera”, che raccontava la vita dell’azienda. «C’era un senso di appartenenza e di famiglia – ha detto – che ci rappresenta un po’ tutti». La Moka è un oggetto che appartiene alla nostra vita quotidiana, ma è anche un simbolo del saper fare italiano che ci rappresenta in tutto il mondo.
Il libro celebra una famiglia che ha saputo trasformare un gesto semplice in un’icona universale e la sua presentazione al MUMAC ha confermato la vocazione del museo a custodire e raccontare le storie che stanno dietro agli oggetti che hanno fatto e fanno la cultura del caffè attraverso un filo che unisce passato e presente.