Musei e Archivi di Impresa come il MUMAC, il Museo Lavazza e tutti gli altri che fanno parte della rete nazionale dell’Associazione Museimpresa raccontano ogni giorno, ciascuno a suo modo, storie d’impresa e una metafora efficace per accumunare questi racconti è sicuramente la Luce.Perché tutto parte da una scintilla.Un’idea, un’intuizione che ancora è soltanto nella mente di una donna o di un uomo che crede in una possibilità, in sé stesso, nei propri mezzi, spesso pochi, nella propria famiglia e nella possibilità di poter illuminare il mondo con il suo progetto, la sua scintilla.


Le storie d’impresa nascono sempre così e i Musei e Archivi di Impresa lavorano esattamente come fanno i romanzieri nel ricostruire la storia di questa scintilla, di questo bagliore di luce, del suo espandersi e contrarsi a seconda delle inevitabili alterne vicende che contraddistinguono le fortune e le sventure di un’impresa. Altrimenti non si chiamerebbero Imprese, questa parola che usiamo anche nella sua accezione epica, di sfida sportiva, di avventura eroica, quale spesso è, effettivamente, anche l’Impresa industriale per chi la vive e la porta avanti. Purtroppo, il racconto dell’impresa, la sua narrazione è stata operata negli anni soprattutto dal punto di vista del conflitto e del profitto, dello sfruttamento del territorio e della comunità. L’obiettivo del Museo è restituire, attraverso un racconto nuovo, la luce dietro queste Imprese. Ovviamente delle migliaia di scintille che si accendono ogni giorno, molte si spengono presto, senza riuscire a risplendere. Oggi il mondo imprenditoriale sembra produrre quasi esclusivamente start-up delle quali diventano rilevanti solo due fasi: la storia della nascita in un garage da un’intuizione di due studenti e la notizia dell’acquisizione da parte di un fondo finanziario. Il racconto dell’impresa, le relazioni che instaura con i dipendenti, il beneficio che genera alla comunità, passa in secondo piano, confuso tra quello di mille altre storie tutte uguali. Ogni impresa storica italiana nata nel ‘900 ha invece la sua luce. Ciascuna fa luce a modo suo, parafrasando Tolstoj.

Gli imprenditori novecenteschi, gli Olivetti, i Lavazza, i Cimbali, non pensavano minimamente a costruire un’azienda per venderla al massimo profitto in poco tempo, perché l’impresa era la loro identità, il loro cognome, la loro famiglia e la loro comunità. Ecco questa idea di fare Luce era soprattutto allora il desiderio di avere un ruolo all’interno del territorio in cui si operava, con le persone che contribuivano a costruire quel successo. È ovvio che doveva esserci un profitto, ma le regole del gioco erano chiare, i valori espliciti. Oltre a questa scintilla poi nei Musei d’Impresa c’è sempre un secondo tipo di luce, quella dell’innovazione. Perché la scintilla non basta, ogni tanto si spegne e allora bisogna alimentarla con nuove fonti di energia e soprattutto nuove idee. E per cambiare le consuetudini occorre coraggio. Di fronte ad imprese che nascono e muoiono in un giorno, un’impresa che possa dirsi intimamente innovativa, è un’impresa che è riuscita a resistere tanti anni e a cambiare pelle in funzione del contesto e del mercato, delle crisi energetiche, delle guerre.

Chi ha saputo porre l’innovazione al centro della propria identità, facendola così tanto risplendere al centro del sistema di lavoro, da utilizzarla come metodo per cambiare sé stessa, la cultura dei propri dipendenti e il prodotto stesso, è un’impresa che può dirsi innovativa. Spesso nei libri di marketing si citano gli aneddoti di imprese come Blockbuster o Kodak, che non sono riuscite a sopravvivere o a mantenere la leadership di mercato, perché non hanno letto in tempo un mutamento rivoluzionario. A chi fa narrazione come noi, nell’ambito della Cultura d’Impresa e dei Musei, piace proprio raccontare questo percorso: la scintilla iniziale, il rapido svilupparsi in un periodo favorevole, poi la crisi che porta quasi a spegnere il sogno, l’intuizione che si accende come una lampadina, la nuova scintilla, il coraggio di cambiare e il nuovo risorgere. È questo che si trova nei Musei d’Impresa, oltre ovviamente agli oggetti iconici, la creatività di designer e comunicatori, l’innovazione tecnologica, la cultura politecnica delle migliori menti del secolo scorso nell’ambito della Chimica, della Meccanica, dell’Informatica, del Design che hanno costruito quello che chiamiamo Made in Italy e che la luce delle Imprese continua a far risplendere nel mondo. 

Marco Amato è Corporate Communication Senior Manager del Gruppo Lavazza e Direttore del Museo Lavazza, inoltre attualmente ricopre il ruolo di Vicepresidente di Museimpresa, l’associazione che riunisce oltre 100 musei e archivi d’imprese italiane.  È stato Direttore del Museo Mondo Milan e Responsabile di Casa Milan, dal 2014 al 2018 ed ha realizzato mostre e progetti culturali per importanti Musei e Fondazioni, tra i quali la Triennale di Milano; dal 2012 ha lavorato per Expo Milano 2015, curando la Guida al tema e ai contenuti del Padiglione Zero.